Celeste, Francesco Sciannarella_Matera

Racconto finalista venticinquesima edizione Premio Energheia 2019


Ho deciso di farla finita. Oggi. In mare. É l’unico modo che conosco per farlo. Non ho il coraggio di

impiccarmi o di spararmi o di tagliarmi le vene. Ho vissuto sempre con il mare e voglio che sia lui a

prendermi.

La barca rumoreggia con forza.

Quando ero bambino ho sempre creduto che oltre la linea dell’orizzonte ci fosse un’immensa cascata, cadevi giù e finiva tutto. E avevo paura che mio padre, con la sua barca, si avvicinasse troppo e venissimo risucchiati verso il basso, ma non gliel’ho mai detto. A un pescatore queste cose non le puoi dire, se non vuoi che ti prendano in giro per tutta la vita. Soprattutto se quel pescatore era mio padre. Lui era un uomo che credeva nel mare tanto quanto mia madre in Dio. E per entrambi tutto quello che era contro il proprio dio era blasfemia… ma ero solo un bambino, dovevo pur aver paura di qualcosa! Per mio padre non poteva essere così, lui non aveva paura di niente e di nessuno, persino quando il suo cuore cedette ad un infarto, quasi non fiatò. Prima di entrare in rianimazione, per non uscirne più con i suoi piedi, lanciò uno sguardo a mio fratello

maggiore per dargli la sua benedizione. E niente altro.

A sette anni, d’estate, già ero pescatore, dal primo giorno di vacanza fino a poche ore prima che

riaprissero le scuole. Quando i miei coetanei arrivavano in spiaggia per fare il bagno, nei loro costumi colorati, con i loro giochi, felici, assieme ai loro genitori, io rientravo dalla pesca. Finite le scuole dell’obbligo divenni pescatore senza alternative.

«Che cazzo ci deve andare a fare a scuola questo? Tuo figlio c’ha la testa vuota!» avevo detto mio padre a mia madre, mangiando e guardando la tv. La sua non era una domanda, ma un ordine e mia madre non poteva replicare

«Sasà, a mamma, non è vero che c’hai la testa vuota!» sussurrava al mio orecchio, accarezzandomi i capelli, mentre mio padre ronfava sulla poltrona. Io le sorridevo, mi facevo bastare quel conforto delicato e mi sforzavo di non credere che mio padre avesse ragione. Purtroppo quelle carezze e quella mano se ne andarono troppo presto e la mia testa vuota si riempì dei moniti e degli ordini di mio padre, ma anche del suono del mare e delle sue mille sfumature.

Il motore romba sotto di me.

Il mare e le onde che si infrangono sulla chiglia di legno azzurro sono la mia unica compagnia. L’odore salmastro mi entra nelle narici, un profumo amico che sento anche quando sono a terra, anche quando sono a casa, in quelle quattro mura che ormai trasudano solo umidità, solitudine e silenzio.

Nel mare non c’è mai silenzio. Mai!

«Chi vuole stare in silenzio non può fare il pescatore! » diceva mio padre, quando parlava con gli altri pescatori. Le sue parole erano terribilmente vere. Tra le onde ho trovato conforto quando la mia bambina ci ha lasciati…soli. Una meningite se l’è portata via, in un soffio. L’assenza della mia Celeste ha provocato una voragine quasi fisica dentro casa, famelica, ogni giorno più grande. E mia moglie ne è stata risucchiata, è morta assieme a nostra figlia, nello spirito. La sua è stata la peggiore delle morti, lunga quasi vent’anni.

Qualche mese fa il suo corpo si è arreso al cancro che non ha avuto la forza e la voglia di combattere; io, invece, ho fatto finta di non vedere. Non ho saputo aiutarla. Mi fidavo dei suoi: Sasà, statti tranquillo, mi sento bene, non è niente, passerà! Non dovevo fidarmi! Ecco perché adesso voglio che il mare mi prenda e mi porti giù, sento che solo così potrò redimermi. Voglio diventare cibo per i pesci. Ecco perché ho deciso di legarmi alla caviglia la tanica di gasolio che porto come riserva. Mi lascerò trasportare nelle profondità.

Spengo il motore.

Sono al limite delle acque territoriali. Mi guardo indietro. La terraferma è lontana e sottile. Guardo la corda davanti ai piedi. Poi la tanica. Non ho detto ad anima viva che andavo così lontano. Non ho detto addio a nessun essere vivente.

«Sasà» mi ha urlato Maciste, un vecchio marinaio che passa le sue giornate tra un peschereccio e l’altro «dicono che verrà il mare grosso e tu esci?».

«Faccio un giro, un miglio o due» gli ho mentito, mentre liberavo la mia Celeste dal cappio del molo «ho messo mani al motore e voglio vedere se va!».

«Tu sai!» e mi ha salutato alzando una delle sue mani gigantesche.

Le onde iniziano ad aumentare. Il vento pure. Maciste aveva ragione, verrà il mare grosso, ma non mi importa, sono stanco, per fortuna quando sarà finita questa giornata, sarà finito tutto… o avrà un nuovo inizio. Chi lo sa. Mia madre diceva gli uomini non muoiono mai, perché continuano a vivere nel cuore delle

persone che restano. Io… resto a me.

Prendo la corda. La lascio scorrere tra le mani. È dura di salsedine e sudore.

Prendo la tanica. Un tempo era bianca, ora è gialla, bruciata dal sole, come la mia pelle, nera quasi tutti i giorni dell’anno. A volte mi hanno confuso con Abdel, il marocchino che qualche volta mi aiuta a pescare. In verità Abdel è eritreo, ma per noi sono tutti marocchini. Abdel è un brav’uomo, soffre il mal di mare. Non da sempre, da quando la morte lo ha sfiorato, durante il viaggio infernale su di un barcone arrugginito che lo ha portato in Italia, da clandestino.

Passo la corda sotto il manico della tanica. Faccio un altro giro. Faccio passare il capo in uno degli anelli che ho lasciato aperto. E tiro. Un nodo parlato. Per la mia caviglia preparo un nodo scorsoio. Non voglio rischiare di trovare il coraggio di allentare la presa e liberarmi.

Faccio un anello. Giro attorno. Infilo il capo nell’anello. Allargo l’anello che bloccherà la mia caviglia. E stringo. Lo guardo. È perfetto.

Sasà… che stai facendo?

Quelle parole mi giungono all’improvviso, sussurrate dal vento, non sono nella mia testa. Mi guardo attorno, quasi sperando di vedere la mia Marina apparire. Guardo accanto a me, quasi sperando di vederla lì seduta, come ha fatto mille volte, quando era troppo triste per rimanere sola a casa. Tocco il legno e all’improvviso gli occhi mi si riempiono di pianto. Un mare di lacrime inaspettato mi travolge. Lascio andare il nodo scorsoio. Mi copro la faccia e piango come un bambino, senza ritegno, senza paura. Lentamente mi stendo sul pagliolo, freddo e umido. Mi rannicchio come un neonato nel grembo materno e continuo a far uscire dai miei occhi paura, dolore e il peso della solitudine interiore che mi ha fiaccato sin nelle ossa. Ho gli occhi fissi su quel nodo scorsoio che mi aspetta.

URLO…all’improvviso, con tutte le mie forze contro il destino, di cui sono sazio. Contro la morte, che mi ha intrappolato nelle maglie della sua rete, senza lasciarmi nè vivere nè morire, ad agitarmi su questa soglia liquida.

Sento di colpo una stanchezza di quelle che non può essere alleviata da alcun riposo e mi lascio andare.

Lascio che tutto rallenti. Le onde che cozzano sul nome di mia figlia, dipinto sul fasciame, mi cullano.

Guardo il ritaglio di cielo sopra di me e aspetto. Aspetto di trovare la forza di infilare la caviglia in quella corda sempre amica e di buttarmi giù.

Chiudo gli occhi. Sorrido in quel principio di sonno incerto, dove i rumori giungono come da un altro mondo, ma il corpo sa di essere dove tu l’hai disteso.

Crollo. Mi addormento. Adesso vedo così nitidamente mia moglie e mia figlia da poterle toccare.

«Andiamo?» chiedo loro. Non mi rispondono, ma sorridono entrambe. Poi mi danno le spalle e vanno via.

Non riesco a muovermi per andare da loro.

Un tonfo sordo mi ridesta, facendo svanire in un istante le due persone che ho amato di più nella mia semplice vita.

Un altro tonfo, e poi ancora un altro…

Apro gli occhi e noto che il sole sta per baciare l’orizzonte. Un altro tonfo. Questa volta più forte, come se avessi cozzato contro una roccia. Mi metto a sedere, ma attorno a me c’è solo il mare. È scomparsa anche la terraferma. Un altro tonfo, durissimo. Mi avvicino al bordo e mi sporgo.

«Oh Cristo! » sento il cuore che mi serra la gola. Come sospinto da una forza diabolica cado all’indietro e mi ritrovo seduto. Non credo a quello che ho appena visto. Una paura tremenda mi avvolge. Rimango fermo, mentre quei rumori sordi continuano ad abbattersi sulla chiglia.

La paura mi blocca tutti i muscoli. All’improvviso una fitta atroce mi pugnala il cuore. Stringo i denti dal dolore, ma decido di muovermi ugualmente. Mi sporgo dalla falchetta, dove sono gli scalmi dei remi che non adopero più e quello che vedo e sempre lì. Orrendamente a guardarmi.

Il mare è cosparso di cadaveri di esseri umani. Galleggiano attorno alla mia Celeste come in un Acheronte di anime. Ho paura. Ho cercato la mia morte con questo viaggio, per trovare quella di esseri umani dalla pelle d’ebano che fluttuano senza respiro.

Mi piego, con il fiato corto. Quando il dolore si acquieta ho quasi paura di guardare il mare.

Passano lunghissimi minuti e non so cosa fare. Spero solo di svegliarmi, ma così non è.

Sasà, devi fare qualcosa!

Quella voce nuovamente portata dal vento mi spinge verso il boccaporto, infilo la testa dove il motore ha smesso di ruggire. Prendo un vecchio arpione che utilizzo per tirare le reti stracolme. Lo allungo e tocco quel corpo che mi da le spalle, quasi sperando possa reagire al pungolo.

I lineamenti sono fissi in una smorfia di dolore che sembra averlo accompagnato nell’aldilà.

Cado ancora all’indietro e inizio a tremare. Quegli occhi vacui mi hanno fissato a lungo, quasi

chiedendomi aiuto. Guardo la mia mano, trema come una foglia al primo freddo del mattino. Ho brividi in ogni muscolo. Quasi non respiro. Curvo il corpo affaticato, poggio le mani sulle ginocchia. Cerco di trovare la forza di raddrizzarmi. Stringo i denti.

Sasà, devi fare qualcosa!

Mi muovo con uno sforzo enorme. Riprendo l’arpione e tocco un altro corpo che galleggia. È immobile.

Ne tocco un altro. É immobile.

«Dio mio, sono tutti morti!»

Cerca Sasà, cerca!

Li guardo. Sono tanti, ingiustamente troppi.

Di colpo vedo finalmente la vita. Altri corpi aggrappati a un gommone ridotto a un ammasso giallo urlano e si sbracciano. Ora li sento. Metto in moto più velocemente che posso e muovo verso di loro. Procedo piano, nel rispetto di quei corpi morti che mi lasciano passare.

Quei poveri superstiti urlano qualcosa nella loro lingua che non capisco.

«ECCOMI SONO QUI! » grido senza sapere se capiscono. Tra loro distinguo due donne… «ORA VI AIUTO,

RESISTETE!» urlo ancora, per sconfiggere il rumore del mare che per la prima volta odio.

Metto il motore in folle e vado da loro. Prendo l’arpione e lo allungo dalla parte del manico alla giovane donna più vicina a me. Non ci arriva. Impreco.

«Dannazione!» dico a denti stretti, mentre il petto mi duole. Non posso avvicinarmi ancora, potrei

travolgere quel che resta del gommone e uccidere anche loro.

Sasà, usa la testa, usa la testa!

Mi giro, come richiamato da qualcosa. La tanica di gasolio con la corda è lì.

Lascio andare l’arpione e prendo la corda. La libero e con il cappio che avevo preparato per me lego il salvagente fissato alla fascia di legno che funge da banco. In un secondo è pronto e lo lancio in direzione della donna. L’afferra. E inizio a tirare. Faccio una fatica immensa, la donna e stanca e non mi aiuta. Stringo i denti. Tiro. Il cuore martella le mie costole, ma continuo a tirare. Finalmente vedo la sua mano sulla falchetta. La prendo dalle ascelle e la tiro in barca. Piange disperata e poi le parlo.

«Capisci la mia lingua? » mi dice con la testa «stai bene?» ancora con la testa. La vedo tremare di freddo e stanchezza. La copro con il telo che uso per proteggere Celeste al porticciolo.

Torno agli altri che non hanno smesso di chiedermi aiuto. Vado al dritto di prua e lancio ancora una volta il salvagente all’altra donna. Lo afferra e tiro con tutte le mie forze. É come tirare in barca, tutto solo, un tremaglio pieno di pesci, ma non importa. Il dolore al torace mi toglie il respiro, ma resisto. E quando l’altra donna si aggrappa al bordo, mi sento rinato un’altra volta. La tiro in barca e mi accorgo che aspetta un bambino. La aiuto a sistemarsi sotto il telo, accanto all’altra. Per gli uomini è ancora più difficile. Il loro peso è il doppio… sono allo stremo.

Ne salvo uno. Poi un altro e un altro ancora. E quando tiro in barca l’ultimo non ho più la forza di

rialzarmi.

«State bene?» parlo con un filo di voce. Tutti annuiscono, tremanti. Il mio cuore si sta spezzando in due, come quello di mio padre. Perdo il respiro e ritrovo gli occhi della povera ragazza con il pancione. Con uno sforzo immenso mi rimetto in piedi. Stringo i denti e mi aggrappo al timone. Trovo un po’ di riposo, spero di farcela. Devo chiedere aiuto, non credo di poter guidare fino a terra. Infilo la mano in tasca, alla ricerca del cellulare che porto sempre con me per le emergenze, ma non lo trovo.

«Dannazione! Mi è caduto!» guardo l’acqua che ci circonda e sento di odiarla.

Inverto la rotta e mi dirigo verso la costa. Sento quelle povere anime superstiti lamentarsi e mi giro.

Mimano il gesto di avere sete e maledico me stesso di aver pensato che sarebbe stato il mio ultimo viaggio.

Faccio un segno di diniego e spingo i motori al massimo.

Le braccia mi fanno male. Gli occhi mi bruciano. Il torace arde. Una fitta improvvisa e tremenda mi

prende la parte centrale del petto. Non respiro per un tempo lunghissimo. Stringo i denti e tengo la rotta.

I sette superstiti sembrano cerbiatti impauriti sotto quel telo gelido e sporco che li sta scaldando. Il cuore mi da un altro colpo fortissimo e mi piego in due dal dolore, ma non lascio andare il timone. Urlo a denti stretti, ma non perdo di vista la terraferma che ci viene incontro. I pistoni urlano assieme a me. Soffrono assieme a me, ma entrambi non molliamo, non ancora!

Sasà, non mollare proprio adesso!

Il mio cuore è come se volesse uscire dal torace, una sofferenza così non l’avevo mai provata prima. Sento il sapore di bile in bocca e la vista mi si sta annebbiando.

«Dio mio, dammi la forza!» parlo con la mandibola serrata e il respiro corto.

Ora vedo il porticciolo. Lo punto, ma devo iniziare a rallentare, se non voglio schiantarmi. Alzo la mano destra in cerca di aiuto. Vedo alcune persone muoversi e guardare nella mia direzione, ma non riconosco nessuno, non più, ormai. Vorrei urlare aiuto, ma non ho abbastanza fiato, quel po’ di aria che mi rimane serve a fermare la barca. Un altra fitta. Nel momento in cui il legno tocca l’altro legno, spengo il motore. Guardo i miei superstiti.

«Siete salvi» poi tutto s’interrompe.

Dopo sei mesi sono tornato al molo. Ora sono seduto alla panchina, accanto a Maciste. Non esco più al largo a pescare, il mio cuore non è più quello di prima… prima di quel giorno in cui sono diventato un eroe.

Mentre ero in sala operatoria a farmi ricucire il torace, mi hanno acclamato in tutte le tv d’Italia. Quando sono uscito dall’ospedale e sono tornato a respirare il mare nell’aria del mio piccolo e amato paese, tutti mi hanno fatto i complimenti per aver salvato sette persone.

«Avrei voluto salvarne molte di più» dicevo, pieno di un rammarico profondo. E mi congedavo.

Quelle sette anime non le ho più riviste e non saprei riconoscerle. In ospedale un poliziotto mi ha fatto alcune domande, ma senza affaticarmi. Mi ha detto che lo scafista è morto e che i sette superstiti erano in un centro di accoglienza, stavano bene.

«Quanti ne sono morti? ».

«Abbiamo ripescato altri quindici corpi, ma secondo quelli che lei ha salvato erano molti di più! ».

Guardo il mare e ripenso alle parole del dottore.

«Per lei è arrivato il momento di lasciar perdere la pesca» mi aveva detto, prima di dimettermi «ora la barca la deve usare solo per fare un giro turistico!»

In paese hanno fatto una colletta e hanno rimesso a nuovo la mia Celeste. Non è più una barca da pesca, ma una barca da diporto, così le chiamano. E devo dire che non mi dispiace. Arrotondo le briciole della pensione portando qualche turista al largo e facendo vedere qualche pesce. Li conosco tutti. Non sento di odiare il mare, ma non sento di amarlo più come un tempo.

«Come ti senti, Sasà?» Maciste mi fa sempre quella domanda di tanto in tanto.

«Vivo, mi sento vivo!» e ridiamo.

Mi alzo e lentamente mi avvio, dopo aver salutato il mio amico energumeno.

Il mio cuore funziona a metà, ma tutto ha assunto un valore doppio da quel giorno. E ne sono felice.

Cammino curvo sotto il peso del mio infarto, ma dritto della fierezza di aver ridato la vita a chi era certo di perderla.

Alzo lo sguardo dai miei piedi e all’improvviso mi ritrovo davanti una ragazza di colore.

I suoi occhi nocciola mi fissano e mi mostra un sorriso bianco come latte. In braccio ha un bambino di pochi mesi, i suoi capelli ispidi come peli di bisonte spuntano da sotto il drappo che lo preserva al mondo e permette alla donna di avere le mani libere.

«Mio nome è Gabresellah» mi dice, con un italiano imperfetto, ma dolcissimo «lei è Asha» dice,

mostrandomi la testa del fagotto «Asha vuole dire vita» mi fissa e mi sorride, mentre i suoi occhi si

riempiono di lacrime «tu avere salvato nostra vita! Capito? Tu avere salvato a noi su tua barca, capito?» ci guardiamo a lungo e alla fine le lacrime le scorrono improvvise e silenziose su quella pelle meravigliosa. La voce le si strozza in gola, mentre mi guarda e si asciuga gli occhi con delicatezza «grazie, grazie, grazie, Salvatore!».

Continuo a fissare quella ragazza bellissima e la sua Asha, senza riuscire a dire niente, poi lentamente la vista diventa liquida di pianto. Il mio cuore accelera, ma non mi importa, è bello quello che sta accadendo.

Gabresellah allunga le braccia e con una dolcezza infinita mi abbraccia, facendo attenzione al corpo della piccola tra noi. Quando lei mi avvolge le mie lacrime diventano inarrestabili. Ricambio l’abbraccio di quel corpo che profuma di giovinezza e mi lascio andare.

«Grazie» mi sussurra all’orecchio.

«Avrei voluto salvarne altri» le dico, singhiozzando.

Lei si stacca da me e mi prende il volto tra le mani, come farebbe una figlia, come avrebbe fatto la mia Celeste. Dice no con la testa, prima di parlare.

«No, non potere salvare altri, Salvatore, tu non potere» e piange «erano già morti tutti, capito? Già morti tutti!»

Annuisco e mi asciugo le lacrime. La guardo e le sorrido. Allungo una mano e tocco i capelli della

bambina. Lei la prende da quel grembo di stoffa e me la mostra. Me la porge. Indugio. È tanto che non tengo un bambino in braccio, ma lei insiste. Predo quel corpo quasi senza peso e sento il cuore esplodermi nuovamente, ma queste volta di gioia infinita.

«È bellissima!» dico, sentendo che sono in procinto di piangere ancora.

«Lei essere viva grazie a te» mi dice Gabresellah e i nostri occhi si ritrovano ancora «tu essere come padre per Asha, capito?»

Sorrido e torno a guardare per un secondo la piccola creatura che dorme serena, inconsapevole di quello che sua madre ha passato per lei.

«Potrei essere più suo nonno!»

Gabresellah ride di gusto. Le porgo la figlia e la rimette in quello strano telo colorato.

«Posso accompagnare te a casa?»

Faccio un cenno di assenso.

Quella ragazza che adesso mi guarda con immenso affetto ha superato la linea tra la morte e la vita, quella stessa linea che io volevo oltrepassare in senso opposto, ma il destino me lo ha impedito. Un destino che aveva la voce di mia moglie che mi ha esortato a fare quello che dovevo fare, a non mollare, a non morire, non ancora.

Un giorno ho letto, da qualche parte, una frase scritta da Mark Twain: i giorni più importanti della vita di un uomo sono due, il primo è quando nasce, il secondo è quando capisce il perché!

Il secondo oggi lo sto guardando negli occhi, quelli di una madre e di una figlia, venute da lontano.